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LUCIA BELLINI RACCONTI con presentazione di Biancamaria Valeri

“C’era una volta un Re… “, magiche parole evocative di fate, elfi, castelli, draghi … porta che si dischiude su paesaggi dell’anima e della memoria e ci fa pregustare e vivere il futuro nel momento stesso in cui ascoltiamo il solo suono delle parole. Chi da bambino non è rimasto estasiato davanti alle emozioni che la fantasia ha regalato, facendoci galoppare sulle ali dell’immaginazione creativa? Chi, al primo sentire del racconto, non è rimasto a bocca aperta a fantasticare, a sognare, a volare con la fantasia? Brivido di infinito! Già dal primo avvio del racconto …

La fiaba: il suo grande potere di catturare e tenere all’infinito l’attenzione, di calmare persino l’irrequietezza vivace delle adorabili birbe. E, al termine del racconto, con voce argentina, insistente: “Un’altra ancora, Mamma”, “Diccene un’altra, Papà”, “Nonno, Nonna, ti prego, ancora … ancora”; per il gusto di sentirne ancora, di avere davanti agli occhi dell’anima la possibilità di vedere, senza bisogno di corrispondenza oggettiva, i più immaginifichi spazi, di avere la possibilità di immaginare mondi sovrumani in un tempo e in uno luogo tutto nostro, una nicchia di sogni dove ciascun ascoltatore è padrone assoluto di quel mondo. Vietato entrare! Per avere la libertà di giocare, come i “grandi”, con la vita, di misurarsi con gli ostacoli e divenire capaci di affrontarli e superarli. Perché nel gioco del racconto chi è “grande”? L’affabulatore o l’ascoltatore? Quando si innesca il miracolo del racconto, le parti si invertono, si dipanano in dinamica circolare, si sfumano i contorni del gioco e del racconto. Ciò che è immaginato è reale e ciò che è reale diventa immaginato e immaginabile, al di fuori dei limiti e libero dagli impacci della coerenza oggettiva.

La fiaba: simulazione di vita, preparazione alla vita

Lucia Bellini si cimenta con il racconto da tempo “lontano”. “C’era una volta Don …” Anche per lei si ripetono le fatidiche parole che aprono le porte bronzee del Mistero. “Apriti Sesamo”: un magico comando e si apre lo scrigno della fantasia, si aprono le storie di Don, di Biggella, di Pippoz, Re Luca … tutto un mondo fantasmagorico di figure, personaggi, paesi, contrade … uomini e donna di fantasia, ma non troppo di fantasia. Si legge al di sotto e al di là dell’immagine fantastica il correlativo oggettivo … la forma poetica prende spunto da oggetti, paesaggi, eventi naturali e li rende metafora di una condizione esistenziale, di un sentimento di vita che si presenta multiforme, variegato, come un caleidoscopio. A volte emerge dal racconto un’esperienza dolorosa della vita; a volte la malinconia prende il sopravento, un pungente sentimento di nostalgia per le cose che furono e non sono più …

A volte si percepisce il sapore amaro della disillusione e del disinganno; a volte al sarcasmo pungente e, al tempo stesso, sottile si sostituisce il fine sentimento della compassione per le miserie quotidiane. I racconti di Lucia Bellini non sono semplici favole, non sono nemmeno suggerimenti sapienziali su come condurre la vita, su come guardare la vita, su come commentare e interpretare le vicende della ruota del destino … sono tutto questo e non sono tutto questo. Al primo stupore che suscita la lettura, al primo disorientamento per trovare il senso dello scrivere, al desiderio di trovare filo conduttore dei racconti di riconoscere il senso profondo del perché di questa scrittura, segue una scelta interpretativa molto più proficua ed appagante: lasciarsi andare sull’onda del racconto, lasciarsi fluire nel trascorrere delle storie… non è necessario capire il perché della sequenza narrativa! Sono storie e basta questo! “Sono “storie”: ascoltatele e capite con il cuore”! Questo ci consiglia Lucia Bellini! E allora seguiamo il suo consiglio: avviciniamoci ai suoi racconti con umiltà, rivestiti di verecondia, come bambini, perché come i bambini, liberi da sovrastrutture ideologiche, da superfetazioni narrative, dobbiamo ascoltare il racconto per se stesso. Non ci sono altre spiegazioni! Il racconto che si sviluppa su se stesso, una pagina che si chiude e non si chiude, perché i racconti di Lucia Bellini sono aporetici … non concludono, perché la vita non conclude e non si conclude. È apparente l’eventuale conclusione, che pure esiste alla fine di ogni tassello narrativo; infatti, come in un caleidoscopio, basta girare, basta ruotare la manopola, e le tessere del mosaico cambiano forma, figura, peso e posizione nello spazio … brillano di altra luce, di altri colori, perché è cambiato l’angolo visuale, è mutata la prospettiva. È scrittura colta la scrittura di Lucia Bellini. Non si tratta di racconti semplici, pur nell’apparente stesura che indulge molto al discorrere a mo’ dei bimbi, la scrittura non è infantile; fa trapelare solida cultura, profonda conoscenza senza ampollosità stilistiche, senza ridondanza di rimandi alla tradizione colta. Eppure i rimandi di sentono: Calvino, Buzzati, Esopo, i Fratelli Grimm, lo stesso Andersen, per non parlare della favolistica italiana e dei suoi grandi Testimoni …

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