DOCUMENTI DI BRONZO Le campane di Ferentino nella storia della Città di Giuseppe D’Onorio Presentazione di Biancamaria Valeri
DOCUMENTI DI BRONZO
Le campane di Ferentino nella storia della Città
di Giuseppe D’Onorio
Presentazione di Biancamaria Valeri
Giuseppe D’Onorio ci offre un’altra delle sua splendide pubblicazioni: un’opera di ricerca dedicata alle campane della città di Ferentino. Non è la sua prima fatica archivistica su tale genere. Lo Studioso ci ha offerto altre importanti storie di campane della nostra terra di Ciociaria; ma questa volta l’opera è solenne, come il suono delle settantaquattro campane di Ferentino, che Giuseppe D’Onorio ha studiato con pazienza, con perizia, con amore. Una bellissima ricerca storica che lui stesso, con la sensibilità fine che lo contraddistingue, ha voluto definire opera di piccola storia, ma che “piccola” non è, non solo per il numero cospicuo di documenti analizzati, ma per l’importanza di una ricostruzione storica che, partendo dal suono aereo e melodioso dei “sacri bronzi”, rende giustizia a questi “documenti” intorno ai quali ruota ed è scandita tutta la vita dell’Uomo appartenente alla civiltà occidentale e cristiana.
Lo stesso Autore rettifica la prima collocazione della sua ricerca nell’ambito della microstoria, della storia minore. Dice infatti: “Le campane non rappresentano solo un’opera artistica e di fede, ma sono veri e propri documenti di bronzo, capitoli di una storia lontana, tramandati ai posteri che per lungo tempo non ne hanno saputo nulla, perché a nessuno viene in mente di andare a fare una ricerca storica in cima a un campanile”. Certo che no! Siamo abituati, per esperienza scolastica, a pensare la Storia come una ricostruzione libresca condotta tra polverosi libri, tra carte sbocconcellate, rosicchiate, tra scritture dilavate, sbiadite, tra segni grafici spesso incomprensibili ai profani; la Storia come esercizio di scrittura che si dipana attraverso la frequentazione di Archivi e Biblioteche, luoghi per addetti ai lavori, sacrari silenziosi, dove le carte giacciono mute per secoli in attesa che qualcuno le richiami in vita. “Roba da libri, la Storia”: difficile pensare che tra le fonti della Storia si collocano anche le fonti archeologiche e monumentali. Se deve esserci Storia, sosteniamo, questa deve essere storia “scritta”. Da sempre ci hanno abituato all’idea che non c’è Storia se non documentata, se prima non rinveniamo atti e documenti. E siamo abituati a pensare che il documento è solo quello cartaceo, quello scritto. Smentisce questa presupposizione la preziosa ricerca storica di Giuseppe D’Onorio sulle campane, che ci apre un panorama inusitato, impensabile per noi che siamo abituati alla terra. Per capire la profonda verità sulla Storia e sulla sua scrittura, bisogna fare come Giuseppe D’Onorio: bisogna salire sui campanili per trovare campane, quasi per parlare con le campane, per intavolare con loro un dialogo complesso fatto di parole, di immagini, di suoni, di emozioni, di luci e colori. Le campane, allocate nei loro campanili, guardano dall’alto, guardano in alto, diffondono il loro linguaggio misterioso e melodioso in panorami amplissimi, fino ai margini di ogni possibile orizzonte. Si allarga il cuore e la mente a vederle, toccarle, interrogarle … esse rispondono con linguaggio risonante che “si carica di significati, di sentimenti e il suo sensus abditus, cioè nascosto, diventa finalmente manifesto”. Giuseppe D’Onorio ha “interrogato” le campane di Ferentino ed ora la storia della Città risuona di altre voci e conoscenze. È più “piena”, organica e armoniosa.
Le campane sono documenti, afferma l’Autore, documenti di bronzo! Sono documenti scritti, perché su di esse la mano dell’artefice fonditore ha inciso i messaggi e le immagini volute dai committenti, le speranze dei committenti, le esigenze devozionali di un’intera comunità, che nel suono della campana identifica tutta la sua storia secolare di fede e di tradizione. Lo Storico, che si inerpica sui campanili per “leggere” e “interpretare” le campane, le ripulisce della polvere che le ha coperte da secoli, riporta alla luce pagine di vicende locali, lontane e recenti: “la volontà di una committenza, la bravura di un artigiano, la devozione di un popolo, la concezione della precarietà della vita, lo slancio oltre il sensibile, il ricordo di persone scomparse”. La storia delle campane, la storia scritta sulle campane è Storia e storia propriamente detta; non è storia minore, assegnando a questo termine un significato e un valore riduttivo. Chi studia le campane non solo studia il manufatto d’arte, tutta la meravigliosa tecnica che è sottesa all’opera di fonditura condotta a regola d’arte; ma scrive una storia complessa e profonda, perché, scavando nel regno delle carte scritte, l’archivio, si riportano alla luce le carte che rendono più intellegibile il suono della campana; lo collegano a fatti economici, vicende amministrative, storia dei singoli e delle comunità. Il vaso bronzeo diventa depositario di esistenze umane singole o collettive. La campana è, quindi, un documento e, come suggerisce la radice etimologica del termine (dal verbo latino: docère, insegnare), insegna a noi a interpretare fatti, cause e conseguenze, circostanze e condizioni, valori e aspettative, è testimonianza, è ciò che, con la sua stessa esistenza, o grazie a quanto reca impresso, scritto, fa conoscere qualcosa o la fa conoscere meglio. Anticamente si assegnava al termine “documento” il significato più ampio di ammaestramento, insegnamento. Quindi ogni “documento” diviene “monumento”. Rimanendo sempre nell’ambito etimologico, anche il termine monumento deriva dal latino, dal verbo monère, ricordare; monumentum significa ricordo, ma anche ammonimento, avviso. Le campane, che scandiscono il ritmo della giornata, con le loro onde sonore, con i loro suoni ritmati ed ampi, avvisano, ricordano le ore e le attività da svolgere, chiamano, richiamano, raccolgono, ammoniscono … È d’obbligo un riferimento ad una bellissima poesia di Edgar Allan Poe dedicata alle campane (1849). Poë passò la primavera del 1849 a Lowel, e fu qui, in casa di un amico, che egli compose il suo famoso poema Le campane, poema che una volta di più dimostra la versatilità del suo ingegno ed il suo talento di verseggiatore. Nella sua forma e disposizione attuale venne pubblicato dopo la morte di Poë: quando la prima volta fu dato alle stampe nel Sartain’s Magazine esso constava di 18 versi, che si riportano nella traduzione di Ernesto Ragazzoni (1870-1920):
Questo componimento racchiude tutto il senso della ricerca storica di Giuseppe D’Onorio sulle campane di Ferentino. Basta scorrere l’indice del libro per scoprire la perfetta ed equilibrata scansione della ricerca storica, il suo ritmo compositivo. Partendo da una breve sintesi storica sulla plurimillenaria storia di Ferentino, l’Autore si ricollega alla plurisecolare storia delle campane. Ne traccia uno schizzo denso di riferimenti colti ed eruditi: l’etimologia arcana che ricollega le campane alla loro origine campana. Riferimenti alti per collegare il sacro suono dei “bronzi temesei” alle misteriose liturgie pagane, alla rigorosa liturgia cristiana. Nei monasteri benedettini delle origini le piccole campane scandivano il ritmo delle ore e dei lavori monastici; dai monasteri alle diocesi per ordine dei vescovi di munire i campanili delle cattedrali con sacri bronzi con i quali convocare i fedeli ai riti sacri. Interessanti le disposizioni dettate dal Concilio Forojuliense del 796, che al canone XIII prescrive “la santificazione della domenica a cominciare dal sabato sera, quando signum insonuerit”.
Il Capitolare carolingio dell’802, relativo alle chiese pievane, ordina che si devono convocare i fedeli all’ufficio del giorno e della notte con il suono delle campane. Il Concilio di Aquisgrana dell’816 ordina che gli edifici sacri tenuti da clero secolare vengano dotati di campane in numero corrispondente all’importanza dell’edificio: le cattedrali dovevano avere sei campane, le collegiate tre, le altre chiese due. A Roma il papa Stefano II (752-757) donò per la basilica di S. Pietro tre campane e le fece collocare in una torre campanaria nell’avancorpo dell’atrio della basilica costantiniana. Tra l’839 e l’840 la chiesa vescovile di Tivoli si dotò di tria signacula super camera istius templi. La ricerca di Giuseppe D’Onorio entra nel vivo della storia nel capitolo terzo: “Dalla terra al cielo”. Le campane, la loro voce aerea, le loro onde sonore si diffondono nel cielo, trovano nel cielo il loro elemento di propagazione; ma la voce così melodiosa nasce da un vaso bronzeo che è costato fatica e sudore, da un vaso bronzeo fuso in una fornace ardente, dove avviene il primo miracolo della nascita della campana. Dacia Maraini ci descrive mirabilmente questo lento e fatico passaggio “dalla terra al cielo” dopo aver visitato la Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone (2000). “Passaggi lenti e circospetti da una materia all’altra, meravigliosa trasformazione del liquido in solido, lievitazioni scintillanti, straordinaria nascita del suono dalla materia inerte. C’è qualcosa di talmente umano, nel senso dell’ingegno creativo, della sapienza meccanica e chimica, in questo processo da apparire disumano: quasi fosse un lavoro degli angeli per festeggiare i cieli”. Il terzo è un capitolo denso di riferimenti tecnici e artistici. Giuseppe D’Onorio ci descrive le fasi costruttive della campana così come avvengono, da secoli, nella fonderia: “In questo luogo Vulcano tiene bottega. Uno strato sottile di terra depositato sotto i piedi rende i passi ovattati; l’odore di bruciato, i bagliori e le scintille provenienti dal forno caricano l’atmosfera di qualcosa di magico e misterioso”. La fusione di una campana ha qualcosa di epico. Ci vuole fede e passione perché l’arte del campanaro sortisca l’effetto desiderato: dare voce e suono mortale alla voce del Cielo. Ci vuole fede, perché lo stesso oggetto che si deve realizzare è sacro.
La descrizione tecnica della campana la meticolosa cura nell’osservare un rito costruttivo che dura da secoli sempre identico aiutano il lettore a capire quanto succede al momento in cui la campana è innalzata dalla terra al cielo: prima l’opera delle mani e l’opera architettonica, poi il rito solenne della benedizione con il Vescovo in abiti pontificali, accompagnato dal clero, dal padrino e dalla madrina della campana. Una complessa liturgia con esorcismi, riti di purificazione. Il suono della campana, che uscirà dal bronzo, deve vincere le passioni, l’ira e tutti i vizi. La campana, essendo destinata a scopi di culto, è sacra e non può essere adibita ad usi profani, salvo in caso di necessità (temporali, incendi, inondazioni) o di consuetudine canonica (fiere, mercati). Allora anche gli edifici civili possono dotarsi di campane, dette volgarmente scarane. Voce del Cielo e voce della Comunità civile con l’identico scopo di segnare il tempo e i ritmi della vita pur nelle differenze dei piani di governo. A Ferentino le campane sono 74! Un record storico considerando che i sacri bronzi corrono seri rischi di conservazione. Un fulmine, una scossa di terremoto, che fa cadere la torre campanaria, possono danneggiare irreparabilmente la campana; ma ancor più la violenza dell’Uomo. Le guerre, le requisizioni di materiali utili per la costruzione di armi privano le chiese, i palazzi pubblici di questi preziosi strumenti. E poi è difficile risarcire il danno a causa del costo elevato di fabbricazione. La città di Ferentino è riuscita a far fronte a queste violenze. I suoi campanili, la sua torre civica hanno sempre mantenuto intatto il patrimonio campanario. Giuseppe D’Onorio dedica un interessantissimo capitolo a questa cura premurosa della cittadinanza a salvare il suo prezioso patrimonio di campane: il capitolo VIII, Uno scampato pericolo: la requisizione delle campane.
Il 17 agosto 1940 Guido Buffarini Guidi, sottosegretario del Ministero dell’Interno, inviò ai prefetti un telegramma con cui richiedeva un censimento delle campane esistenti “in torri et in altri edifici proprietà comunale aut altri enti pubblici et ciò in vista eventuale raccolta per inderogabili necessità rame e stagno cui approvvigionamento estero est interrotto”. Si salvavano solo le campane presenti “in edifici adibiti esercizio Culti”. Bisognava “raccogliere dati relativi at numero peso et ubicazione campane et trasmettere notizie riassuntive per Provincia non oltre 5 settembre prossimo”. Questo ordine perentorio era peggiore di una cannonata e più doloroso di una pugnalata in pieno petto: però erano ordini e come tali dovevano essere osservati. A Ferentino sarebbero state requisite ben 4 campane: la campana conservata nell’atrio dell’ex Collegio Filetico di kg 1200; due campane esistenti sul pubblico orologio, una di kg 500, l’altra di kg 400; la campana del Civico Ospedale di kg 15. Il 10 settembre 1940 arrivò l’ordine di far rimuovere le campane e di consegnarle all’ENDIROT (Ente Distribuzione Rottami). Il Podestà di Ferentino cercò di salvare il bronzo risalente al 1610 e conservato nell’ex Collegio Filetico; ma la richiesta venne respinta. Prese posizione anche il vescovo mons. Alessandro Fontana. Si sviluppò una lunga contesa: a Ferentino fecero di tutto per salvare le campane che dovevano essere requisite. Ricerche storiche, descrizioni, artistiche, riferimenti alla lunga tradizione di fede, devozione e senso civico, che si intrecciavano intorno a quelle quattro campane che rappresentavano tutta intera la Città e i suoi abitanti. Giuseppe D’Onorio è minuzioso nel raccontare tutti i risvolti della vicenda, che divenne quasi un caso nazionale per le personalità che intervennero a difendere le quattro campane di Ferentino. Alla fine nessuna campana fu requisita! 74 campane a Ferentino. Dalla più antica databile intorno all’Anno Mille e conservata nella chiesa di S. Maria degli Angeli a quella più moderna del 2004 nella Chiesa di Cristo Re a Porciano. Giuseppe D’Onorio le studia tutte, le fotografa le esamina, sviluppa una minuziosa ricerca d’archivio su ognuna di esse. Si può dire che le fa parlare. Ogni loro vibrazione si tramuta in una testimonianza storica e di fede. Bellissime e misteriose le campane medievali 5 di Ferentino: tutte perfettamente integre e funzionanti ancora, eccettuata quella di Obertino, conservata nella bella chiesa duecentesca di S. Francesco.
È una mirabile rarità la conservazione di così numerose campane di età medievale, forse una realtà unica in Italia. L’Autore descrive 74 storie: una per ogni campana. Di ognuna racconta tutto e lo riporta con tratto giornalistico e con profondo spirito analitico. La lettura non stanca; è sempre avvincente. L’Autore firma la sua opera con il suo peculiare stile personale fatto di sobrietà, di sensibilità, di delicatezza, di discrezione. Alle note tecniche, alla trascrizione delle iscrizioni, all’analisi delle immagini sacre, si unisce il gusto per il particolare aneddotico, sempre riferito con precisione archivistica e con acribia. Senza mai allontanarsi dalla sobrietà espositiva e dall’analisi critica. Giova ricordare, a questo punto, l’importante lavoro di schedatura delle 74 campane, uno scientifico repertorio illuminato anche dalla trascrizione delle iscrizioni che fanno di ogni campana una campana “parlante”. Tutte belle le iscrizioni, ma le più significative, quelle che esprimono, con intento apotropaico, la fede semplice e devota dei ferentinati antichi, sono quella incisa sulla campana medievale di S. Francesco opera di Obertino (1236) e quella incisa sulla campana medievale, conservata in Cattedrale, sempre opera di Obertino (1243). La prima iscrizione, in una bella maiuscola gotica su due fasce, recita: “GRANDO PER HEC CESSET ON EMANUEL ADONAI / NOMINA SANCTA DEI QUE GERO VOCE MEI S. ANDREE”. “Quando suono cesserà la grandine”: con fede incrollabile la popolazione di Ferentino, per lunghi secoli dedita in massima parte ai lavori agricoli, quando si prevedeva l’avvicinarsi di temporali e grandine, correva dall’abate parroco e implorava che si suonasse la campana.
Era assolutamente certo e verificato che il temporale si allontanava senza danneggiare gravemente le messi. Così cantava anche la campana mezzana della Cattedrale, commissionata dal Capitolo nel primo anno dell’episcopato del santo vescovo Giuseppe Maria Lais. Una campana decorata riccamente con le immagini della Madonna con il Cristo morto sulle ginocchia, S. Pietro, S. Agata, Gesù crocifisso, l’Ultima cena, S. Caterina d’Alessandria (Egitto); una campana che raccoglieva in immagini tutto il santorale ferentinate. Su questa bella campana del peso di 170 kg e dal diametro di cm 108, fusa da Angelo Romagnoli in Roma nel 1824, corre un bella litania: “ISTI SUNT DUAE OLIVAE ET DUO CANDELABRA LUCENTIA ANTE DOMINUM / HABENT POTESTATEM CLAUDERE COELUM NUBIBUS ET APERIRE PORTAS EIUS / QUIA LINGUAE EORUM CLAVES COELI FACTAE SUNT”. Il suono di questa campana ha la facoltà di chiudere le nubi del cielo e di aprirle; le sue chiavi sono fatte in cielo e la campana che suona è direttamente collegata al trono dell’Altissimo, signore e supremo reggitore della Natura. La seconda iscrizione, incisa in caratteri gotici, nella parte bassa del ventre dopo tre croci sovrapposte l’una all’altra, si sviluppa su due fasce e recita: “CONSONA SEU MEDIE NECNON PAUCISSIME DISSONA FACTA / PLURIMA CANO MEDIE BINI EGO SINE BUCINO TACTA”. “Suono per annunciare avvenimenti lieti e meno lieti e, mediamente, due volte al giorno diffondo rintocchi di pace”. Questa iscrizione faceva il controcanto all’iscrizione riportata sulla pietra del campanile: “Cristo re di gloria Uomo e Dio viene in pace”. Canto di pietra e canto di bronzo per innalzare lodi a Dio, re di gloria, che viene vittorioso nella pace, una pace non come la dà il mondo, ma come solo Dio può dare: nell’amore e nella concordia, nel servizio umile ai fratelli e nella ricerca della Giustizia di Dio.
Questa ricerca della pace, che si realizza nell’amore (carità) e nella giustizia, è il canto che innalza, ogni volta che suona, anche la bella campana commissionata dal vescovo Ennio Filonardi nel 1634 e collocata sempre nel campanile della cattedrale: “CHRISTUS REX VENIT IN PACE ED DEUS HOMO FACTUS EST”. Dio fatto Uomo, Cristo è re e re di pace. 6 La Storia di Ferentino grazie al lavoro di Giuseppe D’Onorio si arricchisce di un’opera di gran pregio, scritta con stile piano e agevole alla lettura. Interessante ricerca storica che ci restituisce un tassello di un mosaico complesso, quale può essere la storia di una città monumentale come Ferentino. L’Autore ci aiuta a “sentire” la storia non più come rimbombo di guerre e frastuono di malumori; ci aiuta a scoprire l’armonia che lega le cose. La Storia è opera d’arte e, nel trascorrere dei secoli e delle vicende umane, l’orizzonte, visto dall’alto di un campanile, si allarga. Chi si arrampica sulla vetta può vedere con maggiore chiarezza e distinzione la complessità del corso delle vicende umane, che si svolgono all’interno di una Natura sottilmente, impercettibilmente retta da leggi di ordine e precisione. La Giustizia, che ricerchiamo all’esterno, che vorremmo vedere altrove, in realtà è dentro la Natura stessa, nei legami profondi tra le cose, così come il suono armonioso di una campana nasce dalla natura stessa dei suoi componenti e dal perfetto equilibrio delle parti. « Le campane delle chiese rappresentano la "voce di Dio" per chi crede e sono annuncio per chi non crede. È una bella cosa ascoltare il suono delle campane, che cantano la gloria del Signore da parte di tutte le creature. Lo scandire di rintocchi da parte di migliaia di campanili in tutto il mondo, è come una liturgia celeste che non può identificarsi nel segnare semplicemente le ore, ma nel colmare il tempo della sacralità e consacrarlo a Cristo, pienezza e Signore del tempo. Ciascuno di noi porta in sé una campana, molto sensibile. Questa campana si chiama cuore. Questo cuore suona e mi auguro che il vostro cuore suoni sempre delle belle melodie ». (Beato Papa Giovanni Paolo II)
Ferentino, Aula Magna del palazzo “Martino Filetico”, 23 febbraio 2013
Biancamaria Valeri